Perché un’area protetta?

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L’umanità ha la capacità di rendere sostenibile
lo sviluppo, ossia di garantire il soddisfacimento dei
bisogni attuali senza compromettere la possibilità
delle generazioni future di far fronte ai propri bisogni

(dal rapporto conclusivo della Conferenza di Rio de Janeiro - 1992)

Nella ormai storica Strategia Mondiale per la Conservazione (WCS) elaborata nel 1980 dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (U.I.C.N.) e dal W.W.F. con il concorso di altri enti tra cui la FAO, tuttora valida, soprattutto per l’immediatezza di certi suoi contenuti e per l’approccio “globale” al problema della tutela della vita sul pianeta, gli obiettivi di conservazione delle risorse naturali per l’immediato futuro venivano enunciati in tre principi:
1) mantenimento dei processi ecologici essenziali e dei sistemi che garan-tiscono la vita sul Pianeta;
2) mantenimento della diversità biologica del Pianeta;
3) impegno per un’utilizzazione duratura delle specie e degli ecosistemi.

A distanza di anni possiamo dire che gli obiettivi prioritari per una politica delle aree protette sono i seguenti:

  • protezione degli ecosistemi naturali e seminaturali residui, di zone sufficientemente vaste di foresta o altri habitat tramite l’istituzione di parchi e riserve naturali che dovrebbero rappresentare l’intera gamma di varietà di habitat presenti sia a livello locale che regionale, nazionale o continentale;
  • studio dei modi per l’utilizzazione di questi ecosistemi in modo sostenibile, aumentandone il valore economico e sociale ma conservandone la biodiversità;
  • incentivazioni alle autorità e alle collettività locali per mantenere nei sistemi territoriali la massima diversità possibile, conservando campioni di zone umide, di boschi e di praterie, soprattutto all’interno di zone agricole o urbanizzate, favorendo la creazione di parchi e di aree verdi e recuperando gli ecosistemi degradati;
  • prevedere un uso delle aree protette per la protezione sul posto delle popolazioni animali e vegetali selvatiche da cui sono derivate razze domestiche, e altre importanti risorse genetiche;
  • assicurare che le aree protette non divengano oasi di diversità in un deserto di uniformità, curando politiche che favoriscano la loro integrazione nella gestione del territorio e delle aree circostanti;
  • garantire che le aree protette siano unite tra loro da corridoi attraverso i quali le specie possano diffondersi.

La biodiversità o diversità biologica, lo ricordiamo, è un parametro fondamentale per la descrizione di comunità viventi (insieme di popolazioni di animali e vegetali), di popolazioni e di specie presenti in un ambiente naturale è di due tipi:
1) la prima mette in relazione la varietà delle specie animali e vegetali presenti nell’habitat e la loro distribuzione al suo interno: non è sufficiente, infatti, sapere quante specie vi sono nell’ambiente, ma è anche necessario sapere come queste sono quantitativamente distribuite in esso. Ad esempio, due ecosistemi con dieci specie e cento individui ciascuno possono essere in realtà estremamente diversi: in uno vi può essere una sola specie dominante con 91 individui (le altre 9 con 1 individuo ciascuno); mentre nel caso opposto le dieci specie presenti possono essere rappresentate da dieci individui ciascuno, evidenziando una situazione ecologica completamente differente. La diversità di specie è quindi un indicatore dell’equilibrio di un ecosistema e la sua riduzione può comportare gravi scompensi ecologici: un’alta diversità garantisce infatti una più efficace risposta dell’ambiente ad eventuali alterazioni ecologiche (ad esempio le variazioni del clima).
2) la diversità genetica è invece intesa come la variabilità esistente all’interno del patrimonio genetico di una specie. Maggiore è la variabilità e maggiori sono le probabilità che una specie possa adattarvisi (sviluppo di forme o varietà nuove) e quindi sopravvivere ad eventuali cambiamenti dell’ambiente in cui vive (da: A. Di Giulio - V. Rossetti, 1991).

Recenti, drammatici sviluppi della "questione ambientale" sono evidenziati dell’avanzata della desertificazione e della deforestazione, dalle gravi crisi alimentari, dall’aumento dei “profughi ambientali”, dai mutamenti climatici, dal ritmo vertiginoso di estinzione di specie animali e vegetali, dalla continua erosione della diversità genetica, dalla scarsità di acqua.

La lettura di questo brano tratto dal capitolo 15 della relazione conclusiva della Conferenza di Rio ci illumina in tal senso:
"Continua l’impoverimento della diversità biologica del mondo… urgono azioni decisive volte al mantenimento dei geni, delle specie, degli ecosistemi… perché la conservazione e un uso sostenibile della biodiversità rivestono una importanza cruciale per soddisfare la domanda di cibo e di altri bisogni della popolazione mondiale”.

La conservazione della natura è materia alquanto recente nella legislazione del nostro Paese, in confronto a quanto avvenuto in altri paesi, soprattutto di cultura anglosassone. I primi parchi nazionali nascono negli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso e il sistema di riserve naturali dello Stato inizia ad avere corpo dagli anni ‘70, ma occorrerà giungere al 1977, con l’emanazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 616 che fissava le materie delegate alle Regioni dallo Stato, per avere le basi normative per la costituzione di sistemi di aree protette regionali.

La norma-quadro nazionale in materia di aree protette giungerà con la legge 6 dicembre 1991, n. 394 dove si specifica che le aree protette sono sottoposte "ad uno speciale regime di tutela e di gestione”, allo scopo di perseguire, in particolare, le seguenti finalità:
a) conservazione di specie animali e vegetali, di associazioni vegetali o forestali, di formazioni paleontologiche, di comunità biologiche, di biotopi, di valori scenici e panoramici, di processi naturali, di equilibri idraulici ed idrogeologici, di equilibri ecologici;
b) applicazione di metodi di gestione o di restauro ambientale idonei a realizzare un’integrazione tra uomo e ambiente naturale, anche mediante la salvaguardia di valori antropologici, archeologici, storici, architettonici ed altre attività agro-silvo-pastorali tradizionali;
c) promozione di attività di educazione, formazione e di ricerca scientifica, anche interdisciplinare, nonché di attività ricreative compatibili;
d) difesa e ricostituzione degli equilibri idraulici ed idrogeologici.

Nel Lazio il primo provvedimento di legge in materia di aree protette fu la Legge Regionale n. 46/77, legge quadro in materia di aree protette regionali, alla quale seguirono altre leggi di istituzione di singoli parchi o riserve naturali istituiti sulla base di studi scientifici (Università, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Associazioni ambientaliste e di settore, ecc.) comprovanti l’esigenza di conservare e valorizzare in modo razionale settori della Regione di particolare interesse scientifico e culturale.
Con la legge 2 dicembre 1988, n. 79 venne istituita la Riserva Naturale Regionale Monterano, gestione al Comune di Canale Monterano: gli obiettivi e le priorità di gestione, per le aree protette del Lazio, vengono fissati annualmente con apposito atto deliberativo dalla Giunta Regionale.

La Riserva Naturale si estende attualmente per circa 1100 ettari, grazie ad un ampliamento avvenuto con legge regionale n. 62/93 destinato ad includervi l’intera porzione della Valle del Mignone con i due importantissimi siti: le cave della "Mercareccia” e la "Greppa delle Scalette”.
Per maggiore chiarezza citiamo la definizione di “riserva naturale” tratta dalla legge regionale n. 29/97, (art. 5) “Le riserve naturali sono costituite da aree terrestri, fluviali, lacuali che contengono una o più specie naturalisticamente rilevanti della flora e della fauna, ovvero presentino uno o più ecosistemi importanti per la diversità biologica o per la conservazione delle risorse genetiche”.

 

QUALI VANTAGGI?

La presenza di aree protette o di Siti di Interesse Comunitario costituisce, oltre che una garanzia per la qualità della vita, un vantaggio per l’ottenimento di contributi comunitari, sia agli enti che li gestiscono che alle comunità che vi abitano.
I primi possono usufruire di contributi diretti della UE, di contributi regionali e statali che, per legge, vengono assegnati con priorità, in molti settori, proprio ai comuni il cui territorio, in tutto o in parte, è interessato da aree protette.
I privati cittadini godono di analoghe priorità nell’assegnazione di contributi regionali e la Riserva naturale Monterano ha rilasciato numerosi attestati a realtà imprenditoriali locali per la richiesta di tali priorità (con risultati spesso positivi).

La tutela e la valorizzazione delle risorse culturali assumono una rilevanza del tutto particolare, stanti gli importanti valori storico-archeologici rappresentati dall’abitato “stratificato” di Monterano e dalle aree sepolcrali etrusche, che conferiscono al territorio un valore aggiunto in termini di studio, conoscenza e promozione di questo importante settore della Tuscia meridionale.
Per il recupero ai fini turistici e della fruizione didattica e la messa in sicurezza di numerosi settori del complesso monumentale dell’antica città di Monterano sono stati utilizzati contributi regionali e, soprattutto, comunitari, così come per la sistemazione del Centro Servizi Fontana, dell’anfiteatro didattico, del centro ippico destinato ad attività dell’associazione Butteri e di realtà specializzate nel campo dell’ippoterapia, o della rete viaria.
I vantaggi sono quindi “diretti” e incidono sull’economia locale anche in termini di risorse lavorative, imprese coinvolte, giovani avviati a progetti di formazione ma sono anche di tipo “indiretto”: la Riserva Naturale favorisce in ogni modo l’attivazione di nuovi flussi turistici e contribuisce, per quanto in suo potere, alla promozione sociale e culturale della collettività locale, con particolare riferimento ai cittadini più giovani, agli studenti delle scuole dell’obbligo, veri custodi del futuro di questa area protette (…e del Pianeta…).

Ultimo aggiornamento: 3.08.2007 (21:40)   Stampa Stampa